Storia


QUANDO LA ROZÄDA SI PRENDEVA ALLA RAQUETTE

 

Nel pomeriggio, quando quel nuvolone nero spuntava dietro gli alberi del bastione della Cittadella che guarda su viale delle Rimembranze, angolo di cielo noto agli anziani del quartiere come < al buz d’la Jacma>, gli addetti ai lavori temevano il peggio. Il timore di un acquazzone avrebbe mandato all’aria la tanto attesa veglia di San Giovanni alla <Raquette> che, negli anni sessanta, era un appuntamento da non perdere. Il più delle volte il nuvolone nero, forse impietosito dagli esorcismi delle coppiette che quella sera potevano fruire di qualche ora in più di libera uscita, verso il tardo pomeriggio si dissolveva nel nulla lasciando campo libero a quella palla rossa di fuoco che continuava a scaldare e ad illuminare la giornata più lunga dell’ anno mentre tutt’intorno il profumo dei tigli della Cittadella annunciava una magica serata. All’interno del dancing di via Racagni un formicolare continuo fin dal pomeriggio per sistemare i tavoli, innaffiare i fiori, riordinare le poltroncine, verificare l’impianto audio per l’orchestra, le lucine suffuse e le lampade dei lampioni, il tutto per la regia del mitico Paolo Baroni.

 

RAQUETTE-storia_2

 

Mentre dagli attigui campi da tennis l’elastico e monotono rumore della pallina sulla rete della racchetta e il vociare dei giocatori si sarebbe sopito di lì a poco per far posto ai manutentori dei campi in terra rossa che dovevano bagnarli e tirarli a lucido per i giorno dopo. Ma la sera di San Giovanni era il momento clou per il dancing che ospitava se non tutti giovani e le giovani di Parma, almeno una buona parte. Le danze iniziavano verso le 21.30 quando calavano le prime tenebre. In occasione di quella sera in particolare, era previsto l’arrivo di una vedette della musica leggera che, per una volta, rubava la scena alle solite orchestrine parmigiane. Anche il custode delle bici ( un tempo, di auto, ne circolavano poche e anche i <moroz> andavano in bici), chiedeva rinforzi ad amici e familiari. Già, perché la fila di bici, appaiate quattro a quattro, andava dalle mura della <Raquette> fino alle siepi dell’ultimo campo da tennis che confinava con viale delle Rimembranze. Il tutto illuminato da un fila di sconnesse lampadine, tipo osteria di campagna, circondate da nugoli di farfalle notturne.

 

RAQUETTE-storia_1

E poi l’arrivo dei ballerini coi capelli impomatati di brillantina <Linetti>, pettinino in tasca e immancabile sigaretta in mano. Le ragazze arrivavano un po’ alla spicciolata: le più trasgressive senza scorta, mentre le altre accompagnate da mamme e zie. Scene da non perdere. E poi tutti seduti appassionatamente sulle poltroncine del dancing con un andirivieni di camerieri che servivano aranciate, chinotti, gazzose, <coppe del nonno> e cassate. Iniziava un’ orchestrina locale, tanto per aprire le danze, in attesa della vedette che arrivava più tardi a bordo di un macchinone di lusso, tipo <Fiat millequattro>. Il divo o la diva della canzone facevano ingresso osannati dalla folla che attendeva di emozionarsi non appena la nota voce avesse preso in mano il microfono. L’atmosfera si faceva molto romantica, le luci soffuse mentre dalle piante spuntavano lucine variopinte, tipo albero di Natale tali da rendere l’ambiente ancor più magico. Era la notte dove potevano sbocciare nuovi amori, abbattersi < violoni>, oppure fiorire illusioni.

 

story

Era la notte della rugiada e anche la <Raquette> si era inchinata alle tradizioni servendo a mezzanotte i parmigianissimi tortelli d’erbetta. Intanto le folate di profumo dei tigli della confinante fortezza farnesiana insieme e quello più autarchico di <grugn> e <revjòt> del vicino orto, unitamente alle baluginanti acrobazie delle lucciole, accompagnavano quella serata che, per tanti giovani, avrebbe coinciso con una nuova tappa della vita che, per alcuni, sarebbe poi sfociata nel matrimonio. Verso la mezzanotte, l’immancabile ronda del <pattuglione> della <Mobile> a bordo di un pulmino verde a nafta il cui rumore lo si poteva avvertire quando i poliziotti accendevano il motore dell’automezzo in borgo della Posta. Terminata la propria esibizione la vedette, applauditissima, ripartiva verso i lidi del successo mentre la festa proseguiva fino all’una e poi le luci si spegnevano. Uno sciame di bici si avviava verso lo Stradone e una luna birichina, tonda come una forma di formaggio, sciabolava d’argento quella fettina di città che, per una sera, per tanti giovani, aveva significato un pezzo di paradiso.

 

LORENZO SARTORIO